INTERVISTA A GRAZIANA GRASSINI, ENOLOGO EMOZIONALE
Una figura di indiscussa fama, che ha sovvertito le regole di genere nel mondo dell’enologia italiana diventando uno dei primi enologi donna del nostro territorio.
Nel corso della sua carriera, ha maturato venticinque anni di lavoro a fianco di una personalità come quella di Giacomo Tachis, di cui è divenuta legittima “erede”.
Ho avuto il grande piacere di scambiare quattro chiacchiere con lei in occasione di Vinitaly presso lo stand di Baglio di Pianetto, una delle aziende del suo portfolio, e la ringrazio ancora moltissimo per il tempo che mi ha dedicato e, soprattutto, per la grande ispirazione che ho potuto trarre dal suo racconto di vita: semplice e genuino proprio come lei (a cui facevo fatica a dare del ‘tu’).
In quel suo sorriso e in quell’entusiasmo contagioso, ho intravisto una persona dotata di grande autorevolezza, consapevolezza di sé e delle proprie capacità. Valori e talenti che trascendono il genere, ininfluente nelle sue scelte di vita e nel conseguire i risultati che l’hanno resa la Graziana Grassini che oggi conosciamo.
Grazie per questa preziosa lezione.
Vieni spesso definita l’erede spirituale di Giacomo Tachis”. Cosa significa per te portare avanti un’eredità così importante?
Ho conosciuto Giacomo, così l’ho sempre chiamato, quando mi sono candidata per il Consiglio dell’Associazione Enotecnici, ad oggi Assoenologi.
I miei colleghi, essendo tra le prime donne enologo, mi caldeggiarono dicendo “dai Graziana candidati, c’è bisogno di una donna enologo in consiglio”.
Così presi coraggio e in questa assemblea alzai la mano dicendo “mi vorrei candidare” ed entrando a far parte di quel consiglio conobbi Tachis che ne era il presidente.
Da lì è nata un’amicizia anche se, all’inizio, mi guardava un po’ con sospetto. Poco dopo entrai al Castello del Terriccio con la responsabilità di dedicarmi alla produzione dei vini bianchi, per elevarne la qualità. Mi dedicai così alla realizzazione di un Sauvignon blanc, e lo portai poi a Giacomo per assaggiarlo e farglielo valutare.
Gli piacque molto, anche alla moglie, e questo fu un momento molto importante perché da lì avevo conquistato una cosa fondamentale: la sua stima.
Stima che si concretizzò poi nella nostra amicizia. Lui apprezzava molto, per esempio, il fatto che fossi una grande studiosa e il mio percorso, in qualche modo, era stato simile al suo.
Certo, il nostro era più che altro un rapporto “etereo” nel senso che non era lì a dirmi cosa dovevo fare, in modo chiaro e diretto. Dovevo essere attenta per poter trarre i giusti insegnamenti. Ad esempio, se si muoveva il ciuffo, mmm… voleva dire che tirava un’ariaccia! Se si accigliava soltanto voleva dire che avevi fatto qualcosa di sbagliato ma correggibile.
Qual è il più grande insegnamento che ti ha lasciato Giacomo Tachis?
Una cosa che mi porto dentro è questa raccomandazione che mi ha fatto una delle ultime volte.
Mi ha detto ‘Graziana studia sempre, continua a studiare e sii sempre una donna libera’.
Libera da pressioni e interferenze di varia natura. Ecco, questo me lo porto dentro, è come un piccolo tesoro, mi ha aiutata, e mi aiuta, a crescere sempre, perché non ci si deve vergognare di desiderare di imparare.
Vitigni internazionali e autoctoni, qual è il tuo pensiero rispetto al trend attuale di rivalutazione e recupero degli autoctoni?
Gli autoctoni sono l’espressione autentica del territorio.
Sono vitigni che da generazioni si sono adattati a vivere in un determinato ambiente e per questo possono affrontare meglio le difficoltà, come i cambiamenti climatici, rispetto a varietà non originarie del luogo.
Portano con sé una storia, un’identità, evocano un passato fatto di cultura e tradizione.
In un’epoca in cui si discute sempre di più dell’impatto dell’alcol, è bene ricordare che il vino, consumato con consapevolezza, è sempre stato parte della nostra civiltà.
Alla salute, e al nostro vino italiano!
In effetti un tema molto discusso oggi è proprio quello dei vini low alcol e dealcolati: qual è il tuo punto di vista in merito?
Opportunità o ostacolo?
E’ una tematica sulla quale sto riflettendo.
C’è chi dice che è una fortuna che l’abbiano chiamato vino e non ‘bevanda a base di’.
Ciò che è certo è che si tratta di un prodotto fortemente manipolato, che richiede un consumo energetico elevato e l’utilizzo di additivi per conservarsi.
Quando selezioni le aziende con cui collaborare quali sono i criteri fondamentali che ti guidano?
È semplicissimo in realtà.
Anzitutto, valuto il progetto del produttore e la sua personalità. Per lavorare in sintonia, infatti, è necessario condividere il pensiero, avere rispetto del lavoro degli altri, cercare il confronto.
Poi considero il territorio e le sue potenzialità con l’obiettivo di esprimerle al meglio.
Infine, a me piace mangiare. E mi piace anche cucinare.
Il vino del resto si consuma insieme al cibo e allora unire la realizzazione di un vino al cibo di quel luogo diventa qualcosa di meraviglioso.
Si contestualizza un vino pensandolo anche insieme al cibo di quel territorio, vivendolo sulla propria pelle.
L’Italia, poi, è davvero bellissima, da nord a sud.
C’è ancora qualche sogno nel cassetto? Qualche vino che sogni di realizzare o territori con cui vorresti lavorare?
Ho messo qualcosa nel cassetto ormai tantissimi anni fa e chissà se quel cassetto si aprirà mai: fare un vino bianco in Sudafrica.
È sempre stato un mio sogno, perché i vini bianchi là sono bellissimi.
Tu sei una delle pochissime enologhe donne ad avere un ruolo così autorevole, ambasciatrice e avanguardista in qualche modo di questa categoria.
In questo contesto ti senti l’”eccezione”? Quanto hai dovuto lottare per affermarti e quanta difficoltà c’è ancora per le donne secondo il tuo punto di vista?
Per me, in realtà, non è stato poi così difficile.
Il problema del genere semplicemente non c’era, e per questo ringrazio mio padre.
Sono stata la prima figlia e ha basato tutto su di me. Non mi ha mai detto “questo non lo fai perché sei una bambina” o “questo le bambine non lo fanno”.
Ho intrapreso questa professione perché la desideravo.
Quando sono arrivata nelle cantine non è mai mancata la fiducia nei miei confronti perché ero donna e per di più giovane.
Quello che mi ha invece pesato di più era piuttosto il fatto che venissi dal mare.
Non mi sono però mai tirara indietro a far nulla.
Mi faccio chiamare enologo proprio per sottolineare il fatto che quando io ho intrapreso questa professione si trattava di un lavoro principalmente maschile.
Era un po’ una sfida.
Qualcuno pensa che utilizzando il termine al maschile possa risultare svilente per il valore della donna.
Tutt’altro, lo sottolineo: quel che conta davvero è far vedere semplicemente quello che si sa fare.
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