CANTINA DEL TUFAIO

AI PIEDI DEL GRANDE VULCANO LAZIALE

Una collina incastonata tra i Monti Prenestini e i Castelli Romani, carezzata da un favorevole microclima e impreziosita da vigne frutto di un’antica tradizione familiare che attraversa gli ultimi due secoli: in questa singolare cornice si colloca Cantina del Tufaio.

L’azienda è adagiata alle pendici di quello che un tempo era il Grande Vulcano Laziale.

Nel corso del tempo, e delle sue differenti fasi di attività, ha plasmato la composizione del terreno circostante, arricchendolo di strati di pozzolane e tufo.

Quest’ultimo, protagonista indiscusso, tanto da donare il nome alla Cantina della famiglia Loreti, è imprescindibile risorsa: fautore del distintivo corredo “minerale” dei vini, è anche il principale costituente della grotta scavata a mano nel 1881 dagli avi della casata.

Centoventi metri quadrati puntellati di nicchie incavate nella roccia, a 17 metri di profondità, dove la temperatura, incurante delle stagioni che si susseguono in superficie, si mantiene costante sui 12-14°

Queste particolari condizioni accordano la perfetta elevazione degli spumanti metodo classico, vero fiore all’occhiello dell’azienda. 

Le bottiglie che trascorrono il loro riposo sui lieviti proprio qui, coricate sotto un manto tufaceo tempestato di piccoli cristalli luminosi, simulacro di un impenetrabile cielo sotterraneo.

La produzione spumantistica, del resto, fa parte del patrimonio genetico della famiglia Loreti. 

Già nella metà del ‘900, infatti, Luigi Loreti si dedicava alla produzione delle ben note romanelle, quel vino frizzantino tipico dei Castelli Romani. 

Nei primi anni ’90 il timone passa in mando al figlio Claudio che, con l’impianto di nuove barbatelle di Pinot Bianco e approfonditi studi volti a sviscerare i segreti della spumantizzazione,

riesce a traghettare l’azienda verso una progressiva crescita, affermandosi nel territorio come produttore di riferimento per il Metodo Classico.

Ogni fase della lavorazione è tutt’ora squisitamente manuale, dalla vendemmia, al remouage, alla sboccatura à la volée.

Ho sempre vissuto la vigna come il fratello maggiore che non ho mai voluto, e ho finito per innamorarmene e non poterne più fare a meno” Esordisce Nicoletta Loreti, sesta generazione di vignaioli di Cantina del Tufaio “Ho sempre aiutato durante la vendemmia e l’imbottigliamento, ma fino all’età di 23 anni non avevo la consapevolezza di cosa ci fosse nel calice. Fu partecipando alle lezioni di avvicinamento al vino che teneva mio padre in cantina che iniziai a maturare la conoscenza di questo mondo, altrimenti è probabile che non avrei mai iniziato a bere vino”.

La forza centripeta della tradizione familiare, l’avrebbe infatti gradualmente condotta ad allontanarsi dai suoi studi in economia, per restituirla alla vigna, in risposta a quel primigenio legame che in qualche modo aveva sempre fatto parte del suo corredo genetico.

Facevo totalmente un altro lavoro” racconta Nicoletta, ripercorrendo i passi che l’hanno condotta dov’è oggi, “quando un giorno, nel 2015, chiamai mio padre e gli dissi che volevo rientrare in azienda. Avevo la sensazione che non sarei mai stata felice se non l’avessi fatto. Tutte le mie esperienze, alla fine, mi avevano riportata lì, alle mie radici.” E prosegue “Non c’era una posizione disponibile per me, ma mi sono data da fare per costruirla, dedicandomi ai rapporti commerciali e all’hospitality, come faccio tutt’ora.”

“Accompagnando gli ospiti durante le visite ho avuto modo di riscoprire mio nonno; mi sono resa conto che sebbene l’avessi vissuto molto poco, era sempre presente nei miei racconti.

A lui devo così tanto, perché mi ha lasciato tutto questo”.

Ed è durante una di queste visite che Nicoletta ebbe la sua epifania: “Capii che era giunto il momento di realizzare qualcosa di mio“. 

Volevo fare qualcosa di diverso, che avesse una personalità tutta sua, e che potesse al tempo stesso ridare valore alle romanelle che faceva un tempo nonno Gigi.

Mi piace definirla un’evoluzione al passato”.

Sulla scia di questa ispirazione, Nicoletta inizia gradualmente ad approcciarsi ai vini naturali e ai macerati, passando attraverso lo studio della sommellerie e conseguendo il titolo di Assaggiatrice ONAV, arrivando, nel 2017, ad affiancare papà Claudio in tutte le fasi della vinificazione, per proporsi poi, nel 2018, con il suo personale e innovativo progetto, sotto lo sguardo attento del suo mentore.

La vendemmia 2018 fu veramente faticosa, molti acini furono anche colpiti da marciume acido, riducendo ulteriormente le rese; non avevo proprio scelto l’anno adatto per il mio primo esperimento!” racconta sorridendo “Ma era la mia battaglia, e nonostante mio padre non fosse convinto al 100%, mi aiutò in tutte le fasi; decidemmo così di aggiungere una porzione di raspi nella macerazione, mi dedicai per 18 giorni alle follature ricavandone, alla fine, 400 bottiglie”.

Il risultato di quello che può a giusto titolo definirsi un esperimento più che riuscito, è il suo Sei Gemme, un bianco macerato dagli autoctoni malvasia puntinata e trebbiano giallo.

Sei Gemme come i capi a frutto della potatura e sei come le generazioni di questa famiglia

Il Progetto Sei Gemme si costituisce di una seconda etichetta, pensata e realizzata nell’ottica di restituire un valore a quelle romanelle che nonno Gigi per tanti anni aveva prodotto: il Prima Nicchia.

Frutto di una cuvée di Pinot Bianco, sostituita dal millesimo 2021 da una cuvée di Trebbiano Giallo, questo metodo ancestrale riprende la sua fermentazione in bottiglia grazie allo stesso mosto di Trebbiano Giallo conservato a zero gradi.

Mia madre in tutto questo è stata fondamentale, perché poteva anche decidere a suo tempo di non sporcarsi le mani rispetto alla vigna, invece fu proprio lei ad aiutare mio padre a piantare il Pinot Bianco, e in azienda è un po’ il nostro jolly. A lei è dedicato il primo rosso in purezza, da uve Cabernet Sauvignon, l’Ammaria

Non mancano altre dediche fra le etichette, come l’Aggì, tributo a nonno Gigi, che in qualche modo non ha mai lasciato la sua vigna e la sua cantina.

Altri progetti bollono in pentola “stiamo lavorando alla riscoperta di un vitigno antico, autoctono, che non risulta essere iscritto a nessun registro, e siamo davvero curiosi di scoprire cosa ne uscirà”.

Cantina del Tufaio prosegue dunque il suo cammino nell’era moderna, facendosi interprete di un’antica tradizione coniugandola al tempo presente, strizzando l’occhio al futuro, senza mai distogliere lo sguardo dalle orme del suo passato.

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Potrebbe interessarti anche

salice salentino vino
blog

Salice Salentino: una storia di rivalsa

Salice Salentino, un angolo di Puglia con tanta voglia di rivalsa per il suo passato, animato dall’entusiasmo di valorizzare un territorio e un vitigno, il Negroamaro, che hanno ancora molto da dare.

Leggi »